• Danilo Santoro

Tra le pieghe del reale

Riflessioni da pausa caffè

Puntualmente rimango stupito di fronte alla complessità che governa il mondo.


Materiali, forme, colori, suoni si intrecciano definendo i limiti tangibili dell’essere; gran parte del nostro quotidiano è costellato dalla convergenza di questi elementi nel medesimo punto: l’oggetto.


Ne possediamo tanti di oggetti, acquistati per assolvere ad una funzione precisa oppure solo -si fa per dire- per il gusto di poterli ammirare in tutta la loro bellezza. Spesso sono il frutto del genio di uno sconosciuto oppure nati dalla mente di un famoso “Designer”, di un Progettista, definizione che prediligo alla prima. In tanti casi si tratta di oggetti di rara bellezza, che assolvono alla loro funzione in modo del tutto naturale, conservando un’integrità formale ed una trasparenza concettuale da far invidia. In tanti altri, la ricerca di un senso ad operazioni di marketing puro che costruiscono un abito scintillante intorno ad un cadavere.


In passato le Aziende Italiane -nell’ambito del prodotto- hanno fatto scuola, grazie alla collaborazione di progettisti di grande spessore culturale. Ciò ha permesso di iniettare negli arredi tutta una serie di visioni, ricerche e, perché no, speranze, frutto del rapporto tra il progettista ed il titolare dell’azienda spesso portato sul piano umano dove -è risaputo- esistono le condizioni ideali per condividere pensieri ed

obiettivi, un tavolo dove giocare a carte scoperte.


E del panorama contemporaneo, cosa dire?


Viviamo in una società fluida, virtuale, dinamica, caratteristiche che si riflettono nelle produzioni industriali, dove la fisicità sta diventando il mezzo attraverso il quale portare nel reale le visioni partorite da un sistema binario. L’oggetto non rappresenta più se stesso, bensì l’idea del mondo al quale appartiene, al quale vorrebbe appartenere. A volte elevato a status symbol, diviene un tramite, un intermediario, veicola la nostra attenzione su altro da se stesso, rischiando di apparire più che essere.


Il “design” sembra essere in crisi; una progettazione ridondante, un circolo vizioso. Presumibilmente un atteggiamento dovuto all’espansione del mercato, dove l’offerta è aumentata a dismisura ed un passo falso porterebbe alla rovina.


A pensarci bene, il fallimento è un concetto che nel fare impresa si abbina ad una dicitura che definirei complementare: il rischio d’impresa.




Chi rischia -sperimentando nuovi linguaggi- mette a repentaglio un sistema consolidato; può andar male, ma può andar bene e generare una svolta storica.




Rischiate di fallire.




Le stelle, in apparenza immobili, danzano in un vortice silenzioso.
Foto di Jakub Novacek_Pexels.com

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